Jun 02 2010

Centauro
da “viaggio senza scalo”…
Gérard Janichon è un bel tipo che ha passato il suo tempo tra lunghe navigazioni oceaniche sia in compagnia che da solo, alternandole a periodi spesi a coltivare le belle campagne di Francia.
Voglio condividere con voi tre piccoli brani tratti dal suo bel libro “Viaggio senza scalo” che avevo letto ai tempi in cui per me “navigare necesse est” ed il mio viaggio era molto più all’esterno, verso l’orizzonte irraggiungibile, che dentro di me. Ora mi è ricapitato in mano per il solito caso che non esiste e mi accorgo dove lui fosse arrivato girovagando per mare.
Questi tre brani sono stati scritti durante una traversata dell’atlantico in solitario su di una piccola barca, a vela off corse ![]()
Scambio qualche parola, gioco con i luoghi e trovo…
…poichè in mare il tempo non esiste più, si riscoprono i gesti semplici per i quali ci si applica.
Il tempo è molto pudico, raramente si intromette senza essere stato invitato. Vi aspetta dove volete, in pozzetto o in coperta, non reclama, non si lamenta. E’ a vostra disposizione e, se lo volete all’alba per mettere in acqua la traina o a mezzogiorno per prendere una meridiana, sarà là, non in ritardo. Farà per voi dei giorni di ventiquattro ore, secondo le regole che gli hanno insegnato e che lui applica volentieri, ma senza violenza. Non lottate con lui, andate con lui.
Alla resa dei conti vi farà delle traversate di venti, trenta o quaranta giorni in armonia perfetta con il vento, e voi non avrete niente da rimproverargli all’arrivo, che la traversata sia stata buona oppure no…(omissis)…A volte lo si sente in modo palpabile, a volte vi sfugge completamente, e ci si stupisce di trovarsi così velocemente dall’altra parte. Non ha né passato né futuro, è il vostro presente.
…a mano a mano che la traversata scorreva, mi sentivo sempre più sensibile. Non provavo nessun sentimento di solitudine, ma al contrario di pienezza. La solitudine è vuota, il mio stato di solitario era proprio il contrario. Tutto ciò che era semplice mi rapiva fino in fondo all’anima; accompagnavo un uccello dal volo perfetto, sentivo la carezza umida di una nuvola dalle forme fantastiche, il fumo lontano di una nave che non modificava la sua rotta per venire a riconoscere la mia barca era un messaggio immediatamente decifrato. Tutti i legami che mi tenevano ancora attaccato alla vita e al mondo degli uomini mi sembravano ogni giorno più fragili, e tuttavia ogni giorno mi sentivo più vero, più uomo.
A terra mi sento ateo, continuamente a confronto con la morte.
In mare ho una fede profonda ed essenziale e credo alla vita…
…era nel Pot-au-Noir (zona delle calme equatoriali dove si posso passare lunghi giorni in assenza di vento, “temute” da tutti in velisti n.d.centa). Faceva molto caldo e aspettavo il vento. Dall’orizzonte si è alzata una strana nuvola che si è distesa nel cielo blù e che è venuta ad esplodere sulla barca. Ha gettato un’ombra sinistra sul ponte e ha avuto molta paura, come se fossi d’un tratto l’unico essere umano sopravvissuto sulla superficie del pianeta, che non avrebbe mai rivisto nascere il cielo blù.
Chi può vivere dicendo addio al cielo blù? Chi potrebbe essere abbastanza folle da credersi forte e pretendere di vivere in un’apnea continua? L’uomo?
Che strano destino: si nasce dall’acqua, si vive grazie all’aria, ci si distrugge con il fuoco e per proteggersi si scavano illusori rifugi sotterranei che diventeranno le nostre tombe…

















